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Riccardo Di Vito - Maestro di Wing Chun e Coach

Lavorare sull’aggressività

By Riccardo Di Vito

È opinione abbastanza diffusa quella di considerare le pratiche sportive da combattimento e le Arti Marziali come generatrici di aggressività, nonché come culle per persone propense alla violenza. Si tratta di una credenza, lo sappiamo bene, eppure è talmente diffusa da risiedere addirittura nelle teste dei parenti di parecchi praticanti, che si preoccupano quando il figlio o il nipote si recano in palestra per allenamenti intensivi.
Una semplice constatazione dei fatti ci permette di verificare che la violenza si trova nel seno della società in cui viviamo, cioè quella occidentale, post-industriale, quella del capitalismo finanziario, per intenderci bene. L’aggressività non è altro che il risultato di frustrazioni, di imposizioni subìte durante il processo educativo e problemi psicologici derivati dallo stesso vivere in questa società, a livello individuale. 
Nella pratica delle Arti Marziali (tradizionali o meno), l’aggressività viene canalizzata senza palesi conseguenze negative. I conflitti personali possono esprimersi senza danni, cosa abbastanza difficile nella sfera delle relazioni sociali e familiari. Si lavora di continuo sull’aggressività in modo spesso ludico e ricreativo, perché le frustrazioni che non trovano espressione attraverso gli atti provocano risentimenti e personalità esplosive, per cui è sempre bene sfogare la propria carica in palestra.
La proibizione di mostrarci agli altri come in realtà siamo, espressa o tacita che sia, produce solitamente individui eccessivamente controllati, non a caso molto rigidi, che si dibattono tra il bisogno di essere autentici e quello di evitare i conflitti interpersonali, generalmente dolorosi. Da tutto questo si origina l’aggressività, la cui espressione è considerata sempre male, nonostante sia un dato naturale dell’uomo.
Nello sviluppo dell’attività marziale bisogna lavorare sulla manipolazione, sul controllo e sull’espressione non nociva di questa aggressività, con il fine di integrarla in modo non patologico nella cornice della condotta del praticante. Si tratta di un lavoro molto serio, duro e, forse, di uno dei più difficili, ma è necessario per costruire un ambiente di allenamento sano, sereno e serio.
In sostanza, dobbiamo lavorare sull’equilibrio tra corpo e mente, troppo spesso lasciato in secondo piano dagli Insegnanti di Arti Marziali, ma che avrebbe bisogno di essere sempre messo al centro della pratica, specialmente nelle nuove generazioni di atleti.
La rivista Psychipharmacology ha pubblicato nel 2008 uno studio condotto alla Vanderbilt University (Nashville) dalla laurenda Maria Couppis, nel quale si spiega che l’aggressività rovoca piacere alla stregua di sesso, droghe e cibo. L’aggressività viene tradotta nel cervello in stimoli neurochimici che attivano gli stessi centri nervosi che generano le sensazioni di piacere. Ciò indurebbe a compiere nuovamente la stessa azione provocando assuefazione.
L’aggresività, considerata una reazione naturale svilluppatasi nell’uomo per la conservazione della specie, potrebbe essere “controllata” inibendo la dopamina, il neuro ormone rilasciata dall’ipotalamo che causa la sesazione di piacere, ma rischieremmo di ritrovarci nel film Arancia Meccanica! La pratica del Wing Chun Kuen, invece, solo per rimanere all’Arte Marziale che pratico, ci aiuta a ritrovare uno stato di benessere dove l’aggressività viene canalizzata, eliminandola quasi completamente dalla vita quotidiana e rialsciandola nelle giuste dosi in palestra.

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