La distanza ravvicinata del Chi Sau

La pratica del Chi Sau è stata spesso ritenuta inutile, alcune volte addirittura controproducente. Come sapete, io ho scritto diverse volte quale sia il senso di una pratica tradizionale, che possiamo ritrovare in diversi stili, con alcune varianti, ma oggi ne vorrei elogiare in maniera particolare l’ambito del corpo a corpo. Ho visto in pochissime Scuole la pratica del Chi Sau a distanza ravvicinata, eppure la possibilità di usarlo in un contesto lottatorio sono parecchie, perché ne ritroviamo l’essenza nel Chap Ko della Muay Thai, così come nella schermaglia della Lotta, nonché in tutti gli stili che utilizzano le tecniche di proiezione (Judo, Shuai Jiao, etc.).
Il combattimento corpo a corpo dovrebbe essere parte integrante del Wing Chun Kuen, perché spesso si impone la riduzione della distanza di combattimento, raggiungendo le corte distanze della lotta, specialmente quando si ha di fronte una persona più alta, con un peso maggiore. Il confronto alla corta distanza impone all’atleta un riadattamento dei parametri fisici e psichici, perché ci si trova di fronte ad uno scoglio che, all’inizio, pare insormontabile.
In primo luogo, ci troviamo spesso all’interno della guardia dell’avversario, sia per volontà nostra sia per il suo attacco dall’esterno all’interno. Spesso la rottura della destanza dall’interno impone un attacco deciso ed irrefrenabile, che permetta di insinuarsi nel primo varco possibile offerto dagli errori dell’altro. La scelta del tempo e del punto in cui inserire il proprio attacco è chiaramente fondamentale. Il praticante deve infatti cogliere il vuoto psicologico e fisico dell’avversario per inserirsi con precisione e destrezza chirurgica in mezzo alla guardia.
Per ottenere precisione e destrezza, la pratica deve dirigersi verso la ricerca del proprio Centro, sia spirituale che fisico, ma deve anche permetterci di aumentare la nostra capacità di gestione dello spazio circostante, a parte il lavoro tecnico sulle possibilità di attacco dell’avversario. Non si tratta tanto delle differenze tra le tecniche di entrata (Chuen Sau, Man Sau, Biu Bong Sau, etc.), ma della focalizzazione del problema nel proprio assetto strutturale, che va potenziato, in vista dell’impatto corpo a corpo.
Andare verso l’altro e sfondare i muri protettivi che usiamo per tenere la distanza, non è un processo psicologico scontato, ma necessita di una messa a punto se dovesse esserci una resistenza inspiegabile dell’atleta nello sfondare l’area dell’avversario più ostica, quella interna alla guardia. Su questo bisogna allenarsi bene, perché si corre il rischio di essere presi di sorpresa nella distanza cortissima, soprattutto a livello psicologico.
L’azione che ci può portare a sfondare la guardia dall’interno deve essere paragonata ad un trattore che passa sopra ogni cosa. Non si può dare tregua all’avversario, una volta all’interno della guardia (Bik Bo Tip Da), si deve lavorare d’astuzia, confondendo chi ci sta di fronte togliendogli ogni possibilità di agire, costringendolo alla sola reazione di difesa. Questa capacità d’azione è il motore propulsore di qualsiasi lottatore, il quale, dal momento in cui decide di sferrare l’attacco, deve contare solo sulla propria determinazione.
Nella fase di contatto (Chi Sau), l’atleta deve modificare la modalità di gestione della propria potenza che passa da propulsiva e “assertiva” a sensibile e “plastica”. Il contatto con il corpo dell’avversario (o del compagno di allenamento) necessita di avere una grande sensibilità nel sentire contemporaneamente se stessi e l’altro. Le braccia, le gambe, il bacino e l’intero corpo devono diventare come un grande radar capace di captare il movimento e l’intenzione dell’altro, ancor prima che si verifichi il movimento.
Spesso il contatto è fonte di disagi di varia natura. Di solito si vedono dalla tensione corporea generalizzata, che impedisce lo sviluppo della sensibilità, dal blocco del respiro e dallo spostamento dell’energia verso le sole parti alte del corpo, provocando il distacco del contatto dei piedi dalla terra. Per ovviare a questi inconvenienti è necessario procedere attivamente, imparando a rilassare la tensione muscolare, scaricando il peso del corpo su entrambe i piedi e rompendo il blocco respiratorio portando l’aria verso il diaframma. Bisogna sempre distribuire equamente in tutto il corpo l’energia.
La corta distanza impone una specifica modalità di gestione dell’energia necessaria nei colpi, che necessita un coinvolgimento tanto fisico quanto psichico. Non potendo utilizzare la forza prodotta dallo spostamento del corpo in avanti, come avviene in tutte le altre distanze, il praticante deve trovare nuove modalità per utilizzare la propria energia.
Avendo appurato che il movimento è comunque una condizione fondamentale per l’utilizzo dell’energia corporea e non avendo spazio davanti a sé, l’atleta deve utilizzare uno spostamento corporeo che va dal basso verso l’alto o viceversa. Nella corta distanza, dunque, per utilizzare al meglio le tecniche di attacco e di difesa è necessario che l’atleta apprenda la modalità per distendere l’irrigidimento muscolare, operare con morbidezza e viscosità dei movimenti, oltre che acquisire la sensibilità del corpo per svilupparne potenza. Deve, in sostanza, utilizzare tutte le articolazioni a disposizione per generare quell’energia che nelle altre distanze partiva dallo spostamento del corpo attraverso il footwork.
Nella distanza del clinch, quindi, il Wing Chun Kuen non finisce. Non sono d’accordo con tutti quelli che ritengono efficace questo sistema solo dalla distanza pugni-gomiti. Non si spiegherebbe tutto il lavoro di Chi Sau “Earth” che è presente in parecchi punti del sistema, partendo dalle forme (penso alla sequenza Man Geng Sau -> Sheung Lan Sau della Chum Kiu, per esempio, per non parlare del manichino!), passando per tutto il lavoro di Qin Na ed arrivando alle tecniche di proiezione (partiamo dallo Huen Bo, passiamo per la Gwai Ma, arriviamo al motivo dello studio della Ma Bu).
Questa distanza di combattimento, oltre tutto, è bellissima da praticare, perché ti mette di fronte alle tue carenze di natura psicologica (paura di farsi male, senso di soffocamento, etc.) o fisica (perdita di equilibrio, sensazione di impotenza, etc.). Mi pare indispensabile, ad un certo punto della pratica, studiare anche questo tipo di Chi Sau, che aiuterà sicuramente a sorpassare tante paure iniziali che sono generate dal contatto ravvicinato.
PS: mi scuso per la presenza di immagini non direttamente collegate al Wing Chun, ma purtroppo in rete non ho trovato niente di quello che mi serviva nel nostro mondo.

Un pensiero riguardo “La distanza ravvicinata del Chi Sau

  1. Bellissimo articolo! Noi in palestra lo facciamo sempre, anzi…è lì che iniziamo a divertirci: quando devi lottare corpo a corpo, buttare a terra l'altro e finisci lottando al suolo. Sottoscrivo tutto quello che hai detto: è ottimo anche come allenamento psicologico e per comprendere meglio il proprio corpo.

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