Intervista Con Andrea Brighi

Andrea Brighi

Oggi incontriamo il Maestro Andrea Brighi, autore di numerosi articoli, operatore certificato di Rolfing, fondatore di una rivista di arti marziali e tanto tanto altro. È un onore averti sul sito.

Andrea Brighi: Grazie Riccardo, l’onore è tutto mio e ti ringrazio di questo privilegio.  

Puoi raccontarci da dove viene la tua passione per le arti marziali e quando hai iniziato?

Andrea Brighi: Ho iniziato a Prato, avevo 6 anni, mi ero appena trasferito da Milano dopo la perdita di mio papà. Inserirsi a Prato non fu facile. Il compagno di mia madre al tempo, che mi fece da papà poi, mi iscrisse a Judo, nella stessa scuola dove aveva iscritto i suoi figli. Lì tutto ha avuto inizio, l’odore del tatami, il rito del kimono, del saluto, la cintura, tutto aveva un senso famigliare, mi apparteneva. Come tantissimi della mia generazione amavo i film di Bruce Lee! Ma ancor di più i vecchi film cinesi, Il Clan del Loto Bianco e il mitico Shaolin Temple con un giovanissimo Jet Li.

Volevo trovare il modo di praticare kung fu e così iniziai a cercare nella mia città. Non c’era internet, quindi la ricerca si faceva di persona, palestra per palestra. Cercavi e praticavi, provavi e, se avevi fortuna, ti andava bene, altrimenti rimaneva il sogno. Un giorno, in gita a Milano, presso una libreria trovai il libro “Il Kung Fu” di Cesare Barioli (1° edizione del 1976). Lo comprai subito e lo custodisco ancora con cura oggi.

Ricordo che quando tornavo da scuola provavo gli esercizi dei monaci buddisti, il Taijiquan, Il Pa Kua e tutto quello che c’era scritto. Dovevo assolutamente trovare una scuola! Finalmente anche nella mia città avevano aperto un corso di Kung Fu stile Shaolin, in realtà era lo stile Chang del M° Chang Dsu Yao. Così ebbi modo di conoscere e praticare questa meravigliosa arte che in qualche modo aveva permeato il mio essere.

Fondamentalmente credo che la passione venga da una profonda ferita dopo la morte di mio padre. Tanta insicurezza e vedere nel kung fu questa forza di spirito, tempra e tenacia, mi ha dato l’opportunità di conoscermi e scoprire le mie risorse.

NUOVE ESPERIENZE

Andrea Brighi

Come hai conosciuto il Taijiquan e poi il Pak Hok e perché hai preferito queste ad altre esperienze precedenti?

Andrea Brighi: Come spesso accade mi sono trovato su strade che non avevo scelto a dire il vero. Avevo preso tutte altre decisioni, stavo praticando lo stile Chang, ma iniziava a non soddisfarmi più di tanto. Volevo cercare qualcosa di veramente tradizionale, ed eravamo ancora in anni in cui non si usava youtube né internet per trovare maestri e scuole. Avevi Banzai in edicola ed era l’unico riferimento per avere contatti con altre scuole in Italia.

Mi ero nel frattempo trasferito a Rimini e in quel periodo iniziai il corso istruttori dentro la Feik della Scuola Chang. Mi recavo ogni mese a Bologna per studiare con il figlio del M° Chang. Poi fu ancora un libro a portarmi altrove, “Mille gradini cento sentieri. Un improbabile viaggio alle fonti del Tai Chi Chuan” del M° Franco Mescola (R.i.P.), allievo di Chang Dsu Yao.

Iniziai a frequentare così la scuola di Taijiquan del Centro Ricerche Tai Chi di Venezia sotto il M° Franco Mescola. Nel frattempo a Rimini aprì una scuola di Kung fu nuova, lo stile Wing Chun. Non persi un attimo e andai subito a provare. Per due anni studiai approfonditamente lo stile Wing Chun con il M° Paolo Brighi (non siamo parenti) ed è grazie allo stile Wing Chun che sono arrivato al Pak Hok Pai.

Avevo 19 anni e volevo arrivare alla fonte dello stile. In Italia era promosso quasi unicamente dal lineage Leung Ting rappresentato allora da Cuciuffo, ma non mi piaceva l’ambiente. Trovai poi sulla rivista Samurai una pubblicità di una Società di Import-Export di materiale per arti marziali. Era la società di quello che divenne poi il mio maestro, Carlo Tonti. Organizzava un viaggio studio ad Hong Kong con un tour da diversi Maestri di stili tradizionali.

Era la mia occasione non potevo lasciarmela scappare e ricordo che feci di tutto per partire. Primo viaggio ad Hong Kong, 20 anni e una meravigliosa esperienza, indimenticabile. Partito per studiare Wing Chun, volevo trovare un maestro ad Hong Kong, in quella città così suggestiva e magica. Seguo scrupolosamente la guida del mio tour per maestri, Barbara Woon, moglie di Carlo Tonti. Lui è diventato poi il mio maestro fino ad oggi dello stile Pak Hok Pai.

Dopo aver visitato diverse scuole di kung fu tradizionale e aver fatto lezioni anche con Ip Chung, Carlo mi presentò il suo Maestro, Sikung Cheung Kwok Wah, e fu amore. Da allora ad oggi ancora con il Pak Hok Pai nel cuore.

Negli ultimi anni molti insegnanti di Wing Chun si stanno dirigendo verso gli studi interni di arti come Taij, Xin Yi, etc. Secondo la tua esperienza, perché?

Andrea Brighi: Perché hanno perso le conoscenze. Credo che uno dei motivi sia la perdita di alcune conoscenze e anche la cancellazione di interi insegnamenti. Un problema non solo dello stile Wing Chun, ma di tantissimi stili e lineage.

Bisogna considerare il contesto storico e come si sono sviluppati e come si sono diffusi gli stili negli anni. Da Bruce Lee in avanti c’è stato una diffusione incredibile. Molti si fregiavano facilmente di essere allievi di…, successori di… e alla fine per rispondere ad una domanda del mercato lo stile si è impoverito, perdendo anche la sua matrice interna.

Semplicemente i maestri hanno iniziato ad insegnare ciò che gli occidentali chiedevano e così molte cose si sono perse. Bisogna conoscerli bene i cinesi, rispettare la loro cultura non comprarla per fare business in occidente. Vuoi imparare a tirare calci e pugni? Ed io ti insegno calci e pugni. Questo è! Ma così molto si è perso, perché chi sapeva è morto, non ha trasmesso. Pochi hanno potuto capirlo e custodire il gioiello del kung fu.

Non esistono separazioni tra interno ed esterno. Molti che sentono il bisogno di cercare maggiore comprensione e profondità nel proprio sistema, non trovandolo, lo cercano nelle scuole “cosiddette” interne. Perché il Taiji, lo Xin Yi hanno mantenuto maggiormente e spesso solo quell’aspetto di matrice interna, rispetto alle scuole cosiddette “esterne”. Questa però è una generalizzazione che non rende pienamente al riguardo.

Il sistema Wing Chun ha il suo lavoro interno, come ogni stile, perché è imprescindibile nella cultura cinese. La confusione nasce nel momento in cui lo vogliamo “vendere” e dobbiamo avere quel “prodotto”, perché il mercato lo chiede. Prendiamo il grande Chu Shong Tin dello stile Wing Chun, il re della Siu Nim Tao. Era eccezionale nel lavoro interno, ma lui stesso non lo definiva, era Wing Chun. Lavoro interno, forza interna, soft power, energy, qi, diversi nomi da diverse prospettive. Ma se guardiamo Chu Shong Tin che ha studiato con Ip Man, non possiamo dire che non avesse lavoro interno, ne aveva eccome. Altro lineage di Wing Chun “classico” che ha mantenuto e conservato l’insegnamento sul lavoro interno secondo me è lo stile Pan Nam.

Quindi bisogna chiedersi se uno ha approfondito la pratica veramente o se ha bisogno di cercare quello che non ha trovato in quello stile, o con quel Maestro. Magari semplicemente perché quel maestro non lo conosceva più. Oggi posso affermare in base alla mia esperienza che anche il Pak Hok Pai è molto più interno di quanto si possa credere. Questo perché se guardiamo gli stili solo con occhi e pratica superficiale non vediamo le connessioni e le architetture che ci sono dentro per arrivare ad eseguire le forme. Ogni praticante dovrebbe chiedersi quale sia la matrice dello stile per comprenderlo e praticare fino a darsi una risposta.

Combattere con il le arti tradizionali cinesi: l’hai sottolineato più volte e ne abbiamo parlato, si può fare. Quali sono i principi su cui fondi le abilità del praticante in questo contesto?

Andrea Brighi: Prima di tutto bisogna definire cosa intendiamo per combattere. Se intendiamo la difesa personale, gli incontri mma, giocare in palestra con le applicazioni, o se per combattimento intendiamo sconfiggere i nostri demoni interiori. Il kung fu è per la lunga vita. Dentro comprende anche il combattimento, ma come trasformazione delle energie per migliorarsi come salute, come principi, come comportamento etico, ed elevare il nostro spirito.

Nel momento in cui identifichiamo il kung fu come metodo di combattimento applicativo (fighting) abbiamo tolto il valore immenso che questa disciplina offre. Sì, si p arrivare a combattere con il kung fu. I principi che un praticante deve seguire per combattere su un ring per esempio o come difesa personale, possono essere seguiti anche senza il kung fu. Lo dimostrano i combattimenti nelle gabbie, quanto praticanti fanno kung fu?

Non sono un fighter, non ho mai cercato quell’aspetto. Ho sempre visto il kung fu come un potentissimo elisir di lunga vita, dove puoi sconfiggere paure, depressioni, fatiche, influenze, infiammazioni. Ecco che allora in questo contesto si combatte per mantenere alto lo spirito e puro il cuore.

NEW MARTIAL HERO E SYMPOSIUM

Symposium

Puoi raccontare ai lettori le esperienze di New Martial Hero Magazine e dei Symposium che hai organizzato?

Andrea Brighi: Due esperienze straordinarie. La New Martial Hero è stata per me come una parte dello stile Pak Hok Pai. Fui presentato all’editore della storica rivista di Hong Kong dal mio Sigung Cheung Kwok Wah e grazie a questo rapporto di amicizia, famigliare, sono riuscito a portarla in Italia ed editarla per 10 anni.

Lo scopo era quello di portare cultura del kung fu, che non è solo calci e pugni e poteri del Qi. Quello è l’aspetto “circense”, ma i valori che ci sono dentro. Mi ricordo una frase nei miei primi anni di studio con Carlo Tonti. Eravamo ad Hong Kong e lui mi disse che “il kung fu lo impari sempre. Quando sei a tavola, quando ti relazioni con il maestro, quando cammini per strada, ecc. ecc”.

Come trasmettere tutto questo? Con una rivista che non doveva essere autoreferenziale, osannando le scuole in Italia. Doveva dare modo ai praticanti di vedere gli aspetti culturali, filosofici, folcloristici, storici ecc. ecc.

Così chiesi di poterla prima tradurre e poi, nel tempo, creare in Italia una comunità di praticanti e maestri che condividendo questo ideale. Volevo potessero essere come le famiglie del kung fu, unite e darsi una mano perché si creava una fratellanza basata su nobili principi.

Un sogno! Quasi realizzato con il primo Symposium fatto a Bologna. C’erano più di 30 scuole diverse di solo kung fu tradizionale e dove tutti potevano praticare insieme, confrontandosi e scambiando esperienze e opinioni. Fantastico! Lo rifarei altre 100 volte!

IL ROLFING

Rolfing con Andrea Brighi

Sei uno tra gli operatori di Rolfing più conosciuti in Italia. Pensi che le competenze che hai sviluppato possano dare un’accelerazione ai praticanti che vogliono approfondire il lavoro interno del corpo?

Andrea Brighi: Assolutamente sì, perché è possibile vedere quello stesso movimento da una prospettiva propriocettiva diversa. Il Rolfing offre una visione incredibile del corpo umano partendo da un ascolto sottile. Ognuno di noi si è organizzato con un proprio schema corporeo e spesso non conosciamo i nostri schemi organizzativi.

Abbiamo aree del nostro corpo che non siamo abituati ad usare, le abitiamo poco, e di conseguenza le inibiamo. Quando andiamo ad eseguire una forma o una prestazione di qualsiasi tipo lo facciamo con quelle inibizioni e lati oscuri. Attraverso un preciso e raffinato lavoro di ascolto evochiamo la consapevolezza in quelle aree del corpo che sono vuote rendendole piene e viceversa. Zone del nostro corpo che sono usate eccessivamente potrebbe essere meno stressate o abusate riportandole ad un ordine naturale.

Non è un mettere qualcosa in più nelle arti marziali, che ritengo profondamente complete e perfette, compiute in loro stesse. Si tratta di evocare nel praticante nuove strade propriocettive, nuovi contesti. Questi possono aiutarlo a comprendere meglio se stesso e il suo schema corporeo in relazione all’arte che pratica.

Sei uno dei Maestri della linea di Sifu Cheung Kwok Wha e Sifu Carlo Tonti. Quali sono i punti centrali della pratica della disciplina?

Andrea Brighi: La pratica stessa! Ho passato diverse fasi nel corso di questi anni nella mia personale pratica del Pak Hok Pai. Alti e bassi… Momenti in cui non capivo e momenti in cui mi era tutto chiarissimo. Quando vedo il mio maestro, Carlo Tonti, capisco quanto ancora lontano sono da un livello alto di comprensione. Ho però sperimentato a fondo lo stile nella mia vita. Posso dire quello che ho capito o meglio sto capendo io da questo meraviglioso stile, difficile molto difficile.

Tecnicamente mette il corpo in una condizione di grande precarietà per sviluppare tantissimo equilibrio, prima fisico ma di conseguenza non solo fisico. Dosare il duro e il morbido insieme, giocando di alternanze tra connessioni e coordinazioni. È un continuo gioco di bilanciamento, gestione degli opposti e capacità di sentire le linee di forza che passano attraverso il corpo. Tutto anche grazie al gioco di gambe e un perfetto sincronismo del busto.

Elegante, morbido, duro, lento, veloce, potente e soffice tutto allo stesso tempo. Queste sono le mie personali considerazioni di questo stile, o meglio del kung fu del lineage di Cheung Kwok Wah e poi di Carlo Tonti.

Visto che hai tentato di riunire vari Maestri negli anni, qual è la tua opinione in merito a organizzare nuovamente incontri e seminari congiunti?

Andrea Brighi: Ritengo sia fondamentale unirsi e creare una fratellanza che possa mantenere vivo il kung fu. In Cina sta morendo e loro stessi identificano negli occidentali una speranza di poterlo preservare. Sta a noi poter fare qualcosa al riguardo. È responsabilità di ogni serio praticante portare a compimento lo stile e trasmetterlo con un cuore puro. Questo se fatto insieme è sicuramente più facile, stimola, da energia. Attraverso il confronto, sano ed etico, contribuisce non solo alla conservazione e alla diffusione del kung fu, ma al suo sviluppo.

Ho seguito sin dalla nascita il progetto HeartMindLab. Ne puoi parlare, per far capire a tutti qual è l’idea innovativa?

Andrea Brighi: HeartMindLab è un progetto nato principalmente da una visione che è partita dal M° Flavio Daniele. È stato lui il propulsore iniziale e colui che lo sta portando avanti. Ho contribuito come co-fondatore del progetto e del primo laboratorio, inserendo esercizi esperienziali. Ho portato la mia esperienza in “Corpo Pieno Corpo Vuoto”, Rolfing&Arti Marziali – laboratorio esperienziale, che ho ideato con Nicola Carofiglio, in HeartMindLab.

Questo progetto vede la possibilità di sviluppare il potere intrinseco che ogni essere umano ha. Lo fa attraverso la pratica di arti, discipline e metodologie che oggi la scienza ha potuto avvalorare o che sta dimostrandone l’efficacia. Un connubio tra cellule staminali, neuroscienze e arti e discipline del corpo/mente. L’idea è di avvicinare le persone a comprendere che siamo interconnessi. Quello che facciamo ha valenza non solo per noi stessi ma per tutti perché siamo tutti collegati. La scienza ormai lo ha ampiamente dimostrato e l’idea sarebbe di provarlo esperienzialmente in un laboratorio di pratiche corporee.

Sei un insegnante da tanti anni e ne hai conosciuti moltissimi. Cosa pensi della possibilità di diventare professionisti oggi?

Andrea Brighi: Penso che esista spazio per la nostra professione di insegnanti. Dobbiamo uscire dalla logica schiacciante degli enti di promozione sportiva e dalle modalità di insegnamento con ASD. Se vogliamo essere professionisti dobbiamo essere imprenditori e operare come tali. Anche l’insegnamento dovrà cambiare perché sono e stanno cambiando tantissime cose, soprattutto dopo questo Covid.

Immaginate di essere un Personal Trainer che insegna arti marziali. Perché il mercato del fitness ha creato il personal Trainer e noi dobbiamo ancora lottare per avere il diploma di un ente di promozione sportiva? Usciamo dal guscio e dalla falsa professionalità, diventiamo insegnati professionisti con una propria realtà. Ma per farlo bisogna uscire dalla zona di comfort e questo per molti non è “conveniente”.

Sarà possibile dare vita ad un movimento italiano di Kung Fu? Per la tutela delle conoscenze e delle famiglie che ancora vivono a livello tradizionale?

Andrea Brighi: Se uniamo le forze sicuramente sì. Ma senza vincoli di appartenenza a nessuna bandiera particolare, senza tesseramenti e senza condizionamenti associativi. Allora, se quello che anima è la passione per la pratica condivisa e la tutela del kung fu tradizionale, lo scopo di trovarsi e creare un movimento diventa naturale conseguenza.

Questo sicuramente è più facile in una città come Hong Kong dove sono nate diverse comunità marziali. In Italia le distanze e le diversità geografiche limitano la possibilità di trovarsi facilmente. Ma se battezzassimo 3 eventi l’anno, in zone diverse ogni volta, forse potrebbe essere fattibile. Magari iniziamo insieme Riccardo!

Grazie per questa splendida opportunità che mi hai dato, rispondendo alle tue domande ho aperto nuove comprensioni in me! Grazie. A presto

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