Il ‘distacco’ buddista nell’Hek Ki Boen

Spesso mi viene chiesto se ci sono radici filosofiche nella nostra pratica. Chiaramente sì. Il Buddismo ha profondamente influenzato l’Hek Ki Boen, perché non si tratta solo di un’Arte Marziale che insegna a combattere (in passato ad uccidere), ma di una delle Vie per il perfezionamento spirituale. Non a caso le Arti Marziali Tradizionali Cinesi si svilupparono in un monastero Chan. La vita in un monastero Chan era adattissima per chi voleva praticare seriamente: l’alimentazione era frugale, il sonno solo in quantità strettamente necessaria e su un duro giaciglio, il lavoro e l’allenamento fisico molto pesanti, la disciplina severissima. Erano richiesti puntualità, autocontrollo, sopportazione del caldo, del freddo, del dolore, imperturbabilità di fronte al pericolo ed alla morte. 

Il Buddismo Chan insegna a vuotare la mente, a liberarla da ogni idea, da ogni influenza esterna. Si può così arrivare ad uno stato di ricettività totale, che permette di reagire istintivamente al minimo stimolo. Se la mente è libera da ogni pensiero, priva di aggressività o paura, si possono percepire le intenzioni di un avversario ed agire di conseguenza; si può coltivare cioè un sesto senso che permette di prevedere il pericolo e di anticipare le azioni del nemico. 
Se la mente è invece turbata da pensieri o da preoccupazioni d’attacco o di difesa, non è possibile percepire correttamente le intenzioni dell’avversario e si può essere tratti in inganno anche da una banale finta. Il vuoto della mente ed il duro allenamento del corpo permettono di raggiungere l’unità di spirito e di corpo: il corpo (temprato dall’esercizio) non più frenato dalla mente (vuota) è pronto allora a reagire istantaneamente nel modo più efficace e puro agli stimoli. Non vi è più nessun freno fra percezione e reazione; il tempo di reazione è il più breve possibile e la tecnica “perfetta”. Le tecniche “perfette” sono sempre eseguite in maniera inconscia, paradossalmente prima eseguite e poi pensate. 
Come non menzionare gli ideali pacifisti e di non violenza del Buddismo, per cui il fine pratico delle arti marziali non è l’eliminazione dell’avversario, ma l’autodifesa e la protezione dei deboli. Ricordiamoci che per il Buddismo Chan si può sperare di ottenere il “risveglio”, l’illuminazione solo attraverso la concentrazione spirituale e la meditazione e non tramite la conoscenza teorica. Non è una religione (non ricerca infatti l’immortalità, non conosce dèi, non ammette concetti come il peccato o l’anima), ma si può solo considerare un “sistema di vita”.

Chi pratica il Buddismo Chan deve educarsi a vedere direttamente dentro di sé, per scoprire la natura intima della realtà, senza l’aiuto dell’intelletto. Per arrivare a ciò sono indispensabili le pratiche della concentrazione mentale e della meditazione. Durante la meditazione bisogna ricercare il vuoto totale dentro sé stessi, bisogna far tacere la voce incessante della mente, bisogna abolire ogni pensiero, ogni emozione. Per mettere sotto controllo l’attività della mente è necessario regolare opportunamente la respirazione.

Scopo della meditazione è quello di consentire all’individuo di entrare a contatto, in maniera totale, con la realtà vera che lo circonda. In ciò consiste l’illuminazione, il “risveglio”. Le cose si vedono allora in maniera completamente diversa, come attraverso un terzo occhio, un occhio spirituale. Questa nuova visione di se stessi e del mondo è intuitiva, supera qualsiasi rappresentazione mentale e non deriva assolutamente dal pensiero o dal ragionamento.

L’illuminato vede le cose dall’interno, un po’ come le vede un grande artista che ha la capacità di rappresentarle condensandone l’intima natura in pochi tratti essenziali. Si può comprendere allora quanto dobbiamo come praticanti di Hek Ki Boen Eng Chun alla scuola Chan, che insegna a non preoccuparsi del passato o del futuro, ma a dare la massima importanza al momento presente che è il solo in cui siamo veramente vivi.

Quando si è in pace con se stessi e non si è preda di cento desideri, preoccupazioni, dubbi, paure e passioni, si può agire in piena libertà e con tutto il proprio essere. Si partecipa allora ad ogni cosa perfettamente “svegli” ed in totale concentrazione. Si gustano le cose senza essere legati ad esse. La mente diventa come uno specchio: è perfettamente lucida, presente e riflette tutto quello che vi è intorno senza che pensieri o preoccupazioni possano interferire. Si impara così ad essere dei “testimoni”, degli “spettatori distaccati”; il pericolo o la morte non fanno più paura: sono riflessi dallo specchio della mente.

Alcune persone sostengono che il fatto che sia un’Arte Marziale dovrebbe avere come scopo il combattimento. In realtà, invece, il primo fine di ogni arte è interno: un pittore dipinge in primo luogo per se stesso. Poi, se vuole, vende e guadagna, ma non è questa la ragione iniziale, anche se ci sono pittori che dipingono solo per vendere i quadri. Bisogna capire, quindi, se l’Arte Marziale sia qualcosa di fine a se stesso o se sia collegata al raggiungimento di uno scopo funzionale: un approccio molto lontano dall’utilitarismo occidentale, interamente centrato sul raggiungimento di un obiettivo.

Il concetto chiave del Buddismo Chan è “senza scopo e senza profitto”: esso indica l’attitudine necessaria per svolgere un’azione impeccabile. Così nel tiro con l’arco lo scopo per cui si incocca la freccia e si tende l’arco non è quello di fare centro, bensì quello di incoccare la freccia nel modo migliore possibile e di tendere l’arco nel modo migliore possibile. E’ l’eccellenza per l’eccellenza. La perfezione fine a se stessa. L’obiettivo (il bersaglio) è qualcosa che viene da sé, come effetto necessario e non cercato. E’ una conseguenza, non la ragione per cui si svolge l’azione.

L’enfasi sul raggiungimento di un obiettivo, al contrario, svalorizza l’azione e – paradossalmente – la rende anche meno efficace. Ne “Lo zen e il tiro con l’arco” il Maestro spiega all’allievo che non riuscirà a far centro finché il suo spirito sarà “là sul bersaglio” e non “lì” dove lui si trova adesso e dove deve agire. Difficile da capire per gli occidentali abituati a giudicare un’azione dai risultati che ottiene. Per molti un combattimento si traduce in “vincere” o “perdere”, mentre lo scopo dell’Arte Marziale in quanto Arte è “combattere in modo impeccabile”, così come lo scopo di un pittore è creare un quadro che traduca su tela la sua ispirazione. Vincere (o vendere il quadro) sono – potremmo dire – effetti collaterali, che si realizzano tanto più quanto meno li si cerca.

Quante volte di un pittore si dice che “è diventato commerciale”, per intendere che la qualità è scaduta proprio perché si è focalizzato sull’obiettivo (il mercato), anziché sul processo fine a se stesso. Da questo punto di vista, dunque, l’Arte Marziale, come ogni Arte, è un mezzo per rendersi eccellenti e per esprimere la propria eccellenza. L’Arte Marziale, rispetto ad altre Arti, ha qualcosa in più, che la rende particolarmente idonea a un percorso di tipo interiore: un lavoro di auto-perfezionamento e di auto-trascendenza che deve vedersela con la paura, il potere, il dolore, l’attaccamento, l’impermanenza e la morte. Quale strumento può essere più idoneo di un’Arte Marziale?

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